Capita spesso che un paziente, in studio, mi chieda perché non mi trova sui social. È una domanda legittima, e la risposta è il motivo di questo articolo. Ho scelto di non essere sui social, e non perché non sappia usarli o non ne veda il potenziale. È una decisione che riguarda l'idea di informazione in cui credo, e quella in cui non credo.
Siamo nell'era dell'infodemia
Quasi ogni persona che incontro per la prima volta arriva con un bagaglio di nozioni raccolte online. Ha letto tutto, e il contrario di tutto. Sa che i carboidrati la sera fanno ingrassare e anche che non è vero, che il digiuno guarisce tutto e anche che è pericoloso, che quel cibo "infiamma" e che lo stesso cibo è un superalimento.
L'Organizzazione Mondiale della Sanità ha dato un nome a questa condizione: infodemia1. Un eccesso di informazioni, spesso in conflitto tra loro, che invece di chiarire confonde. Non ci manca più l'accesso all'informazione: ne abbiamo così tanta da non riuscire più a capire su quale basarci. Il problema non è la quantità. È il criterio per scegliere.
Le persone non arrivano in studio perché hanno troppe poche informazioni. Arrivano perché ne hanno troppe, e nessuno ha insegnato loro a distinguere quelle che valgono.
La parola che dico più spesso: «dipende»
Se c'è una parola che pronuncio più di ogni altra, durante una visita, è «dipende». All'inizio temevo suonasse come una scappatoia. Poi ho capito che è la cosa più onesta che possa dire, perché la nutrizione è personale per definizione.
Quella stessa scelta alimentare che per una persona ha senso, per un'altra non ne ha. Dipende:
- dal tuo obiettivo e dal punto di partenza;
- dal tempo e dall'energia che hai davvero in una giornata;
- dal tuo rapporto con il cibo e dalla tua storia;
- da quello che ti piace, da quello che riesci a fare, da quello che sei disposto a cambiare.
Tutto questo non entra in un video da trenta secondi. E una risposta che vale per tutti, quasi sempre, non vale davvero per nessuno.
Il limite del contenuto in pillole
Quello che mi mette a disagio dell'informazione in pillole è che è troppo sintetica, e soprattutto scollegata dal contesto. Un tema complesso non si lascia ridurre a un interruttore: funziona o non funziona, sfiamma o infiamma, fa dimagrire o fa ingrassare.
La sintesi è preziosa quando hai già il quadro in testa. Diventa fuorviante quando quel quadro non ce l'hai ancora, perché ti dà l'illusione di aver capito senza averti dato gli strumenti per decidere. È il motivo per cui tanti temi finiscono ridotti a slogan: pensa a quante proteine servono davvero, una domanda con risposte diverse a seconda dell'età e dell'attività, che online diventa un numero unico buono per tutti.
Non voglio essere un'altra voce nel coro
Il lavoro di smontare le mode alimentari sbagliate lo faccio ogni giorno, ma lo faccio in studio. Davanti a una persona, dentro la sua situazione concreta, con il tempo per spiegare il perché e non solo il cosa. È lì che il chiarimento serve, perché è cucito su chi ho di fronte.
Online, invece, dovrei parlare a tutti e a nessuno insieme. E non voglio aggiungere la mia alla folla di voci che dicono a chiunque cosa fare. Chi ha bisogno di capire, viene a chiedermelo di persona, e ne parliamo nel contesto che conta: il suo.
Non sono contro i social (la sfumatura onesta)
Sarei disonesto se dicessi di essere contro i social in assoluto. C'è chi li usa bene: professionisti seri che fanno divulgazione corretta e smontano le bufale con pazienza, e meritano rispetto. Il problema non sono gli strumenti, è l'uso medio che se ne fa.
La ricerca lo conferma: una revisione sistematica del 2021 ha trovato che la disinformazione sanitaria è diffusa in modo consistente sulle piattaforme social, con punte preoccupanti proprio sui temi di alimentazione e malattie2. Più vado avanti, più ho l'impressione che il bilancio complessivo, tra quello che i social aggiungono e quello che tolgono, penda dal lato sbagliato. Forse un giorno il lavoro di debunking proverò a farlo anch'io. Per ora preferisco farlo dove sono certo che serva.
Dove va il mio tempo, invece
Il tempo che non passo a produrre contenuti lo investo altrove, in cose che ricadono direttamente su chi seguo:
- l'aggiornamento continuo e lo studio della letteratura scientifica;
- il miglioramento del metodo con cui costruisco i percorsi;
- la reperibilità tra un controllo e l'altro, quando un paziente ha un dubbio;
- lo sport e il benessere personale, perché un professionista che si cura lavora meglio.
È l'esatto contrario della rincorsa al contenuto nuovo ogni giorno. Preferisco fare meno cose, e farle bene.
Il professionista è una guida, non un altoparlante
Nel mare di informazioni in cui siamo immersi ogni giorno, orientarsi da soli con un video è quasi impossibile. È un po' come avere mille cartelli stradali che indicano direzioni diverse: senza qualcuno che conosce la strada, ti fermi o vai nella direzione sbagliata.
Il valore di un professionista non è aggiungere l'ennesima nozione al mucchio. È aiutarti a capire quale, tra mille indicazioni, ha senso per te. È la guida grazie alla quale trovi la tua strada, invece di rincorrere quella di qualcun altro. Per questo, più che a una dieta da copiare, credo in un percorso costruito sulla persona: la dieta giusta non esiste, si costruisce. E la strada, quella, la costruiamo insieme.
Le domande più frequenti
Perché un nutrizionista non sta sui social?
È una scelta personale, non una regola. Nel mio caso, preferisco dedicare il tempo ai pazienti e all'aggiornamento piuttosto che a produrre contenuti generici. La nutrizione è personale, e un consiglio valido per tutti rischia di non esserlo per nessuno.
Dove trovo informazioni affidabili sulla nutrizione?
Le fonti istituzionali (società scientifiche, enti sanitari pubblici) e i professionisti abilitati sono il punto di partenza più sicuro. Ma la cosa più affidabile resta un confronto diretto con chi può valutare la tua situazione specifica.
Come capisco se un contenuto nutrizionale è attendibile?
Diffida delle promesse nette e veloci, dei cibi "miracolosi" o "da eliminare per principio", e di chi non distingue mai i casi. Un'informazione onesta quasi sempre contiene un «dipende» e qualche distinguo: è meno spettacolare, ma più vera.
Note e riferimenti
- World Health Organization. Infodemic — definizione e gestione dell'eccesso di informazioni in ambito sanitario. Ginevra: WHO; 2020. who.int/health-topics/infodemic
- Suarez-Lledo V, Alvarez-Galvez J. Prevalence of Health Misinformation on Social Media: Systematic Review. J Med Internet Res. 2021;23(1):e17187. PMID 33470931
